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Sono venuto per affermare il diritto all'esistenza delle città umane
CULTURA
28 gennaio 2018
Illuminare la mente per rendere buono il cuore

Illuminare la mente per rendere buono il cuore”. È una frase estratta da una prefazione alla Storia Sacra (1847), di don Giovanni Bosco: essa rappresenta ancora oggi la sintesi di un progetto complesso con un obiettivo apparentemente semplice: accompagnare i giovani perché essi siano “buoni cristiani e onesti cittadini”.

Per tanti anni (2003-2016) ho insegnato nella scuola paritaria di Don Bosco a Roma, il Liceo Classico e Scientifico e la scuola Secondaria di Primo Grado PIO XI: di quella scuola sono stato l’animatore (il primo laico in Italia) e anche il preside, o meglio il Coordinatore delle Attività Educative e Didattiche. Quando sono andato via la scuola contava più di 400 studenti ed era la prima scuola interamente digitale di Roma.

Dall’esperienza nella scuola di don Bosco, credo di aver compreso la profondità di quella frase: illuminare la mente per rendere buono il cuore: attraverso la cultura, l’approfondimento, la ricerca, lo studio libero, si può rendere “buono il cuore” e cioè privo di egoismi, livori, gelosie. La consapevolezza che la cultura libera è liberante non è un semplice slogan, ma si inserisce a pieno titolo nella progettualità educativa di don Bosco: “il padre, maestro e amico dei giovani” costruì un sistema educativo proprio attraverso l’invito ad una partecipazione attiva alle questioni del tempo e della società perché si possano cambiare fino alla radice, attraverso il cammino verso una consapevolezza critica che tramite la ragione cerchi risposte originali e innovative alle sfide del tempo. Quella di don Bosco non è una tecnica didattica o un metodo di apprendimento, ma un sistema educativo, un sistema fondato sulla Ragione, sulla Religione, che oggi declineremo nella cura della dimensione spirituale, alimentato dall’Amorevolezza, che connota lo stile mai violento, che non tollera umiliazioni e che mette, quindi, il giovane al centro dell’azione educativa.

L’invito di don Bosco ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini” richiama a un livello di integrazione di piani esistenziali dal quale come donne e uomini di fede non possiamo prescindere. Non possiamo prescindere per evitare di cadere nell’illusione rassicurante di coltivare l’una dimensione alleggerita dall’assenza dell’altra. No, questo per don Bosco non è possibile: la “e” è la “e” del “a patto che”, la “e” che impone di vivere nella comunità civile con onestà e rettitudine alimentate dalla fede e di incarnare la fede avendo a cuore la giustizia della comunità civile.

Mi permetto quindi di leggere, attraverso la lente di questa mia esperienza personale, quanto sta accadendo alle scuole gestite dalle religiose, e in particolare alla scuola di San Marco, in quanto da me frequentata sia come allievo (con le suore vincenziane) sia come educatore (con le suore salesiane). Certo è una situazione assai diversa da quella da me vissuta: la scuola di San Marco è una scuola Comunale, gestita dal Comune di Latina, il che implica che sia il Comune a pagare tutto: stipendi, la grande struttura, servizi, assicurazioni e vitto, compreso l’alloggio alla comunità delle suore. Fin dal 1932 le due comunità di religiose, le vincenziane prima e le salesiane poi, hanno prestato il loro servizio nell’educazione dei più piccoli grazie alle convenzioni con il comune che, di fatto, affidava un servizio interamente pubblico ad una gestione privata. Nella scuola paritaria dove io prestavo servizio, invece, le famiglie che volevano avvalersi del progetto educativo specifico, indispensabile per la parità scolastica, pagavano una retta ai salesiani, con la quale venivano pagati stipendi, servizi, struttura, assicurazioni e alloggi. L’impegno delle suore di Latina non risponde alla “libertà di scelta” di un progetto educativo, perché per iscriversi è necessaria la residenza nella circoscrizione della scuola. Oggi quelle convenzioni non sono più possibili, non certo per volontà politica del sindaco, ma per il nuovo codice sugli appalti. È importante, in questa vicenda sottolinearlo, non per dare o meno ragione al sindaco, ma per ribadire che il codice degli appalti è una tutela per tutti i cittadini e in questo caso soprattutto per i bambini: esso garantisce che servizi così importanti come la scuola non vengano dati in concessione a chiunque, basti essere nelle grazie di un’amministrazione. Si dirà che le suore, per la loro tradizione, non sono “chiunque”, e credo sia proprio per questo che è intervenuto il vescovo mons. Crociata, nell’omelia della notte di Natale, ma prima e soprattutto (a quanto si apprende dal comunicato dello stesso parroco della cattedrale) nella formazione, insieme al sindaco, delle proposte fatte alle suore. La prima proposta è stata quella di trasformarsi in scuola paritaria autonoma. Il comune avrebbe garantito alle suore l’uso gratuito dell’intera struttura (e credo già questo valga un impegno straordinario) più un contributo su ogni singola retta, come nei migliori sistemi scolastici italiani (vedi Bologna o Trento). La trasformazione in scuola paritaria avrebbe non solo dato autonomia e libertà alle suore, ma anche garantito a tutti la libertà di iscrizione indipendentemente dalla residenza. Certamente per la piccola comunità di religiose sarebbe stato un impegno gravoso (non impossibile) in termini soprattutto di risorse umane da investire (oggi a San Marco credo insegnino solo due suore): la gestione autonoma di una scuola è affare complicato, lo so e lo sanno i tanti dirigenti delle scuole statali e ancor di più delle scuole paritarie, ma oggi, considerata la passione che la vicenda ha suscitato, occorreva forse avere il coraggio di accettare di percorrere strade impervie, specie se per il bene dei più piccoli.

La seconda ipotesi invece, sarebbe stata quella di continuare a gestire un servizio comunale, strada però vincolata alla vittoria di una gara di appalto (Codice Cantone).

Negli anni in cui sono stato preside del Pio XI, ho dovuto relazionarmi quotidianamente ai genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli, per cui oggi mi vengono alla mente diverse domande, non certo per alimentare polemiche o fare accuse, ma per capire affettivamente la situazione: perché le direttrici che si sono susseguite nel corso degli anni, hanno accettato di continuare a prestare un servizio educativo senza titolarità giuridica e dunque in una sostanziale condizione di illegalità e cioè con una convenzione scaduta? Perché le amministrazioni non si sono mai fatte carico del problema? Perché i genitori non hanno mai chiesto conto di questa situazione? L’attenzione e la volontà che le suore rimangano, emerge, a quanto dicono gli attuali amministratori, in un dato che a molti potrebbe apparire stonato: le suore potranno continuare a stare nella struttura di via R. Giuliani gratuitamente anche se decidessero di non continuare la scuola; è lecito chiedersi se tutte le organizzazioni non pubbliche godano di questa attenzione.

Oggi i primi bambini che hanno frequentato l’asilo di San Marco delle Salesiane sono genitori, educatori, professionisti, inseriti nella società come adulti responsabili: sarà forse venuto il tempo, come ha detto sua eccellenza il vescovo, di assumersi le responsabilità di un laicato adulto per continuare quell’opera iniziata con la testimonianza dei religiosi? Si potrà oggi in questa città uscire dalla logica di un tradizionalismo ancorante al passato per poter guardare al futuro certi di una tradizione ricca?

Mai come oggi, parole quali “ragione, religione e amorevolezza”, fondamento del sistema educativo di don Bosco, sono essenziali per la costruzione e la cura delle relazioni, al fine di essere, prima di tutto, onesti cittadini, condizione necessaria, per chi ha fede, per essere buoni cristiani: le religiose, con la scuola dell’infanzia, hanno seminato per anni, forse è venuto il tempo che quei semi diano frutto.

CULTURA
29 luglio 2014
Chi si merita tutto questo?

Il 18 luglio 2014 un avviso sul sito web del Centro Servizi Amministrativi di Latina rendeva noto che il 22 luglio sarebbero state pubblicate le Graduatorie ad Esaurimento per la scuola secondaria.

Il 22 luglio tanti docenti latinensi, casertani, cosentini e napoletani, in attesa di prestare servizio nelle scuole gestite dallo stato della provincia di Latina, si collegavano al portale senza però trovare alcuna traccia delle attese nuove graduatorie. Il 23 luglio un avviso sulla home page rinviava a data da destinarsi tale pubblicazione indicando come causa del ritardo problemi relativi al portale SIDI, gestito dal MIUR.

Solo il 28 luglio, ormai più di sei giorni dopo la dichiarazione ufficiale rilasciata dallo stesso CSA, venivano pubblicate le graduatorie, giorni dopo la pubblicazione di quelle della provincia di Roma (forse a Roma il SIDI funziona meglio… probabilmente hanno connessioni più sicure).

La pubblicazione è accompagnata da due avvisi. Il primo rammenta che è possibile senza alcuna deroga fare reclamo solo entro cinque giorni dalla pubblicazione (inviando una semplice e informale email ai dirigenti). Il secondo ricorda che il ricevimento al pubblico è sospeso dal 28 luglio al 31 agosto.

Anche questa è un’immagine dell’Istruzione Italiana gestita dallo Stato. Chi senza alcuna responsabilità (cioè non rispondendo ad alcuno del proprio disservizio se non con un telegrafico avviso) non adempie a scadenze che egli stesso ha garantito, e chi ha tempi sempre contati per rendere giustizia del proprio lavoro. I docenti sanno bene che se entro il 10 maggio scorso non si fosse inoltrata istanza di aggiornamento, il proprio nome sarebbe stato cancellato dalle graduatorie (gli anni di servizio educativo, le fatiche, l’impegno, la storia, le relazioni) ma nessuna deroga è stata concessa nonostante il sistema informatico fosse inadeguato e obsoleto.

Agosto è periodo di ferie. Il servizio di ricevimento è sospeso. Mentre c’è che si gioca il futuro per un punto, altri si riposeranno. E non importa se ci si aspetta che un ufficio pubblico sia sempre aperto e garantisca massima trasparenza, la legge lo consente e il ricevimento è chiuso.

Benvenuti a scuola, una scuola all’avanguardia, così all’avanguardia che i reclami possono essere inviati via email: senza alcuna ufficialità e ricevuta di ritorno.

Questa fastidiosa burocrazia arrogante è avvilente. I giovani che vanno a scuola non si meritano questo. I docenti che spendono la loro vita per la cultura e il futuro degli studenti non si meritano questo. Uno stato efficiente non avrebbe questo sistema di arruolamento dei docenti e quindi non avrebbe tale inadeguatezza al suo interno.

2 giugno 2013
La condivisione con le future generazioni

Il capitolo sesto di Giovanni si apre con la narrazione di quello che è noto come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’evangelista descrive prima di tutto con poche parole una scena di folle che si accalcano attorno a Gesù che, salito sul monte insieme ai suoi discepoli, si accorge della moltitudine che lo seguiva “Alzati quindi gli occhi, vide una grande folla che veniva da lui”.

L’attenzione e l’interesse che il maestro suscitava era tale da far dimenticare alla gente persino di mangiare. È infatti lui, non i discepoli, ad accorgersi del bisogno di pane che la gente aveva. Gesù chiama Filippo e gli chiede: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Filippo, con ingegneristica ragioneria, rimane intento a calcolare la cifra necessaria per poter sfamare tutti, calcolo che trova soluzione nella rassegnata impossibilità. È verosimile immaginare quanto esterrefatti l’irrealistica proposta di Gesù abbia lasciato i discepoli intorno a lui, intenti ai pensieri quotidiani, alle preoccupazioni degli uomini pratici, alla ricerca di soluzioni immediate. Andrea prende qualche informazione e si fa poi avanti dicendo che c’è solamente un ragazzo, un giovane, che ha cinque pani d’orzo e due pesci. Ma, con il solito tristissimo realismo frutto del solito vecchio calcolo, aggiunge: “Cos’è questo per tanta gente?”.

Immaginiamo corretti i discorsi dei discepoli, adulti, precisi, legati a una quotidianità del lavoro, dei sacrifici, immersi in un’economia incapace di andare al di là di quel che si può vedere. L’unica cosa da fare, come si nota in un’altra narrazione, è mandare presto via tutti. Ognuno avrebbe potuto mangiare a casa propria. E non sarebbe stato colpa di nessuno se qualcuno fosse rimasto a digiuno.

Ancora una volta le parole di Gesù spiegano di come spesso si è distratti dall’intenzione di risolvere una mancanza enorme con le misure dell’aritmetica. Alla povertà, alla disparità della divisione reale delle risorse si risponde soltanto con il miracolo della condivisione.

È la condivisione che moltiplica pani e pesci; quando qualcuno che ha per sé pensa sinceramente che questo non sia sufficiente alla felicità e mette il suo a disposizione degli altri. Se ognuno si aprisse a questo richiamo, se ognuno mettesse del suo non temendo di restare senza, la quadratura del cerchio non avrebbe bisogno di algoritmi esatti. Quel fanciullo anonimo è il rappresentante di una nuova generazione che smaschera senza pietà la logica del profitto e dei numeri, dove le persone non hanno nomi né volti, ma esigenze e bisogni che solo il mercato può soddisfare.

È quel giovane che detta le leggi di una nuova economia facendo corrispondere la divisione alla moltiplicazione, sostenendo che quello che all’apparenza può sembrare poco, se condiviso, basta per tutti.


vita scolastica
24 maggio 2013
In nome del Popolo Italiano

La mattina inizia presto e ti accorgi fin da subito, nel buio e nel silenzio, che la capitale è sempre lontana dalla città di provincia dove vivi e sei vissuto.

Il 30 luglio fa molto caldo a Latina, città umida e sempre un po’ paludosa, d’altronde si è sempre dichiarata attaccata alle sue origini. La stazione ferroviaria si trova a dieci chilometri dal centro abitato, distanza enorme per una cittadina di 100.000 abitanti. Mi muovo. Saluto mia moglie e mia figlia, testimonianze straordinarie della mia nuova vita. Eppure il viaggio che mi porterà all’Università degli Studi La Sapienza di Roma è un tuffo nel passato, quando esattamente 20 anni fa mi iscrivevo a Matematica.

Oggi ricordo con simpatia quel primo giorno, a metà settembre: tra le mani la ricevuta che attestava la mia iscrizione alla facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, e quel mio imbarazzato silenzio, quella mia paura del futuro, quella domanda: avrò fatto la scelta giusta? Poi le prime lezioni. Sveglia alle 5.30, autobus alle 6.10, treno alle 6.44, arrivo a Roma Termini alle 7.30, e di corsa all’università, grazie alla solidarietà dei docenti che iniziavano alle 8.00 puntualissimi. Sempre così, per tre anni, poi al quarto le lezioni si svolgevano anche di pomeriggio, perché all’ultimo anno di Matematica i corsi sono frequentati da sette, massimo otto studenti, e non perché non si voglia frequentare ma perché la selezione dei primi due anni è sempre stata durissima. Analisi I, Algebra, Fisica I, Geometria I, Analisi II, Fisica II, Geometria II, Meccanica Razionale. Otto esami e termina il primo biennio. Tutti con una prova scritta e una orale. (Algebra ci consentì “gli esoneri”: al posto di uno scritto ce ne fece fare sette… eravamo così contenti). Poi il secondo biennio: Istituzioni di Analisi Superiore (due volumi: teoria della Misura e Analisi Complessa, con una variante sulla Teoria della Distribuzioni, e i volumi divennero tre), Istituzioni di Fisica Matematica, Analisi Numerica, Informatica Generale, analisi Numerica II, metodi e modelli per l’Ottimizzazione, Metodi di approssimazione. Chiaramente l’indirizzo preso era quello applicativo numerico. Mi dedicavo all’approssimazione, studiavo solamente in testi in lingua inglese (il mitico Royden o il Tichonov-Samarskij) e i miei docenti ci facevano seguire appassionanti (senza ironia) seminari di docenti georgiani (l’inglese parlato da un ex sovietico è per me quasi incomprensibile, ma i simboli matematici sono universali). La tesi. «Sia omega un dominio semplicemente connesso»: così iniziavo la discussione nell’aula Picone, al piano terra dell’Istituto G. Castelnuovo di Roma. Poi, quella stessa docente che si presentò il primo giorno di Università spiegando la teoria dei gruppi, mi interrogò l’ultimo giorno sulla “tesina”, un argomento illustrato solo oralmente, complementare all’indirizzo da me scelto nel piano di studi. Dopo le angosce, le risate con i compagni, i giorni dell’allegria e della fatica, avevo la Laurea in Matematica, solennemente dichiarata dal presidente della commissione in nome del Popolo Italiano. L’ambiente universitario mi appassionava. Per alcuni mesi continuai a studiare nel campo dell’analisi numerica proprio al Castelnuovo, aiutavo alcuni compagni, colleghi, laureandi e mi illudevo di essere pronto per la medaglia Fields.

Mentre sto aspettando il treno, proprio come uno studente, ripenso al periodo subito dopo la laurea, quando la preside del Liceo Scientifico della mia città mi chiamò per una supplenza che si rivelò più lunga del previsto. Nel 1999 le supplenze erano ancora gestite dai presidi. Rido al ricordo del vicepreside che mi scambiò per studente rimproverandomi la presenza nel corridoio, e ricordo i volti dei ragazzi, quei volti che iniziavano a dare senso ai miei studi, quei volti che mi rendevano responsabile. Compresi quello che già sapevo: a me piaceva insegnare matematica.

Arriva il treno. Lo stesso treno desolante di allora. In vent’anni Trenitalia avrà costruito l’alta velocità tra Roma e Milano ma tra Roma e Latina i treni sono ancora gli stessi luridi e maleodoranti ambienti malsani. Oggi dicono che ci sia l’aria condizionata: lo sa bene il viaggiatore davanti a me a cui è caduto un secchio d’acqua in testa dal condizionatore rotto.

Il viaggio in treno dura quasi un’ora. In quei quaranta minuti ripenso al primo concorso per insegnanti che feci nel 1999. Mi viene ancora rabbia quando ricordo gli articoli di giornale che svelarono le prove truccate, gli arresti, le mazzette di soldi trovate con i nomi dei candidati oggi docenti di ruolo, lo scandalo sessuale… una cronaca squallida che non è divenuta storia, anzi è stata volutamente dimenticata rimettendo i presunti corrotti di allora al loro posto e i presunti corruttori vincitori di concorso. Ma io andai anche a Rieti. E vinsi, nel senso che superai le tre prove (scritta, orale e pratica) e mi abilitai per l’insegnamento della Matematica Applicata, certificata sempre in nome del Popolo Italiano. Oggi sono ancora nella graduatoria di merito e in quella permanente.

Il treno arriva in prossimità della stazione e si ferma prima della via Casilina, davanti, come sempre, al negozio di parrucche da uomo (sexy wig). Poi riparte. Guardando le vie romane ripenso al colloquio che ebbi per ottenere la borsa di studio all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Per due anni e mezzo frequentai i laboratori di via di Vigna Murata. Era per me appassionante studiare l’approssimazione delle soluzioni di un’equazione differenziale enorme che descriveva i movimenti d’aria nella ionosfera. Ero nell’unità di Climatologia ma, alle 14.00, risalivo dal laboratorio per dialogare su come organizzare le visite didattiche degli studenti dei licei nell’istituto: lo chiamavano una caffè per la didattica. Il professore mi mandò poi a studiare a Pesaro, un corso di perfezionamento in educazione ambientale, ogni mercoledì, da settembre a luglio, più alcuni sabato. L’esame finale, gli stage all’aperto, all’isola di Pianosa o sui monti di Urbino, la discussione della tesi… e la consapevolezza che non avrei mai smesso di studiare.

Scendo dal treno. Sono le dodici. L’appuntamento all’università, proprio nel dipartimento di Matematica è alle due e mezza. Procedo con calma… ripercorro le stesse strade che per anni mi hanno accompagnato verso la facoltà. Ripenso a quando ritornai a La Sapienza invitato da un docente della facoltà di Economia. Io avevo tenuto una dozzina di lezioni di Matematica Finanziaria ad un’aula gremita di matricole. Dopo le lezioni ringraziavo io i docenti titolari del corso per l’onore che mi facevano… a stento riuscii, dopo un anno di lezioni anche di Informatica, sia a Roma sia a Viterbo (Università della Tuscia), a ottenere un certificato di servizio, chiaramente non valido ai fini economici. Decisi di non concedere più io l’onore delle mie lezioni a quel docente.

Attraverso via del Castro Pretorio… penso che non sono passati poi tanti anni dall’ultima volta che andai alla Sapienza. In fondo nel 2007 avevo frequentato, per un anno intero, i corsi della SISS, la scuola per prendere l’abilitazione all’insegnamento. Poiché dopo l’esperienza all’INGV, decisi di continuare ad insegnare matematica, fui chiamato prima per una lunga supplenza a Latina, e poi, l’anno dopo, nel 2004, fui assunto nella scuola dove insegno tutt’ora, all’Istituto Salesiano PIO XI di Roma, per insegnare Matematica Applicata nell’IGEA. Volevo abilitarmi anche in Matematica. Gli anni di servizio mi agevolarono e potei iscrivermi alla SISS Speciale. Ogni sabato per un anno e, di nuovo, le stesse discipline dell’università, con docenti meno preparati, senza alcuna lezione che riguardasse la didattica della Matematica, senza imparare nulla di nuovo: algebra I, algebra II, analisi I, analisi II, calcolo delle probabilità, geometria I, geometria II… presi trenta ad ogni prova. E quando, dopo una noiosa lezione sui grafi, ringraziandolo prima del ripasso di quanto già studiato all’università, chiesi al docente come affrontare l’argomento con preadolescenti dalle inappropriate conoscenze sulle frazioni, non ricevetti risposta. Chiaramente mi abilitai nella classe di Concorso ?Matematica’, dopo un esame di Stato costituito da tre prove (scritto, orale e pratico), dichiarato solennemente in nome del Popolo Italiano.

Finalmente arrivo all’Università. Il 30 luglio, nel caldo delle dodici e trenta, i casermoni dalle linee squadrate appaiono più imponenti del solito. Fiero e sfidante, guardo nel volto la statua della Minerva pensando «non mi fai più paura». Decido di prendere un caffè. Fuori dal bar incontro il papà di un mio alunno attuale. Scopro che insegna alla Sapienza, alla facoltà di Medicina. Chiacchieriamo per una decina di minuti delle novità che introdurremo a settembre nella mia scuola, della didattica della scienza, delle nuove generazioni: mi presenta ai suoi ospiti come il professor Proietti. Mi allontano, pronto ad affrontare l’entrata al guido Castelnuovo. L’istituto si presenta a me come se lo avessi lasciato due giorni prima: sempre uguale. Sulle scale riconosco il docente che all’epoca insegnava Analisi IV… lui, ovviamente, non riconosce me. La custode è sempre lei: mi riconosce e mi saluta cordialmente, segno evidente della differente umanità nelle relazioni all’università. Vado verso l’aula III, luogo di tante lezioni e di quasi tutti gli esami scritti. È li che, dopo vent’anni, di cui dieci passando ad insegnare Matematica, e venti a studiarla, dovrò, se voglio accedere al corso che potrà abilitarmi all’insegnamento della Matematica e Fisica, superare la prova preselettiva del TFA. Mi accoglie sorridente il docente esperto di didattica. Inzia il rito del riconoscimento e l’elenco dei doveri e dei “vietato”. Ci distribuiscono le prove e il docente esperto di didattica alzando le mani, sempre sorridendo, si dichiara inconsapevole e non responsabile dei quesiti che troveremo dentro le buste. Non sa, l’esperto, che nella mia mente, al pensiero dei numerosi errori, il volto che avrò di fronte sarà il suo…

Torno a casa inquieto. Ripercorro le stesse strade, prendo lo stesso treno carico di vacanzieri diretti verso il mare.

Sono convinto che il test presentava diversi errori, ma, nonostante i miei 38 anni, ho l’insicurezza dello studente davanti al compito, e con la mente tento di rifare i calcoli:  sempre lo stesso risultato, non presente nelle possibilità di risposta. Scrollo le spalle, sono arrivato a Latina.

Nella mia scuola stiamo studiando un progetto pedagogico nuovo, attraverso il cooperative learning usando i tablet in classe. So che ad Agosto, prima di settembre, dovrò studiare l’uso delle nuove tecnologie nella didattica. Ho un’altra prospettiva, allettante e gratificante, lontano dal mondo polveroso e stantio di una Università che valuta la complessità delle relazioni didattiche ed educative attraverso crocette e indagando sul nozionismo più obsoleto.

Mentre agosto si esaurisce velocemente, il ministro si dichiara anche lui irresponsabile degli errori di redattori fantasma dei test, e annuncia il nuovo concorso. In nome del popolo italiano, quello stesso popolo che mi ha riconosciuto una laurea, che mi ha riconosciuto due abilitazioni, che mi ha interrogato almeno venti volte richiedendomi sempre le stesse cose, oggi dice: «non basta, figlio mio, in nome del popolo italiano».

24 maggio 2013
Un fiorino!

Nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché… un fiorino!

I docenti conoscono l’assurdo ritornello da cantare ogni tre anni per aggiornare quel perverso sistema di arruolamento che sono le Graduatorie ad Esaurimento (di che tipo di esaurimento si tratti credo sia ovvio a tutti gli iscritti). E dopo le Graduatorie ad Esaurimento, l’anno successivo ecco l’aggiornamento delle Graduatorie di Istituto, e ancora: nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché… un fiorino! E mi raccomando: riempite i soli spazi designati con penna di colore nero o violetto.

Poi arriva l’obbligo di iscriversi al portale Istanze on Line, e di nuovo un modulo con nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come quando perché… il tutto per avere la possibilità di compilare tutti i futuri moduli con nome, cognome, data di nascita, comune, città, cap, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché…  e dopo l’iscrizione occorre attivare una casella di Posta Certificata: di nuovo un modulo da compilare nelle parti del nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché… poi bisogna andare nella segreteria di una scuola, farsi riconoscere, e ricompilare un altro modulo con nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché…

Per iscriversi alla prova preselettiva del TFA, l’Università degli Studi La Sapienza ha chiesto la compilazione di un lunghissimo modulo, chiedendo di ripescare il numero di matricola del portale Infostud… di nuovo nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, e più in dettaglio: esami sostenuti, voto, ordinamento, come, quando e perché…  e invece che un fiorino venivano chiesti 120 euro, chissà perché 20 euro in più di ogni altra università. La domanda ingenua è allora la seguente: come mai esiste il portale Infostud quando le informazioni vanno inserite a penna e nuovamente ogni anno?

Per iscriversi al Concorsone, occorreva compilare un modulo e così di nuovo scrivere: nome, cognome, data di nascita, comune, città, c.a.p, titoli di accesso, anni di servizio ovvero giorni, istituzioni scolastiche, come, quando e perché…  anzi no… gli anni di servizio non vanno segnalati per il Concorso, per vincerlo non serve avere un’esperienza pluriennale nella scuola. Bisogna però segnalare le pubblicazioni che, su concessione del professore universitario di riferimento, si è riusciti a vedere pubblicate su qualche rivista specializzata: viene quasi da pensare che il Concorso sia pensato per agevolare i tanti che, invece di dedicarsi anima e cuore alla scuola in questi ultimi dieci anni, hanno dedicato il loro tempo al docente universitario di turno, aspettando un riconoscimento per tanta fedele devozione.

L’incubo delle caselle bianche bordate di nero da riempire senza errori diviene una visione ricorrente, manifestazione onirica di uno Stato arretrato, di un’istruzione burocratizzata e ridicola. Ogni docente ancora non di ruolo conosce l’ansia che prende alla gola quando si compilano quei moduli, sperando di interpretare in modo esatto ciò che viene chiesto e sperando ancor di più che il funzionario abbia le minime conoscenze per ricopiare i dati in modo corretto sul foglio di calcolo.

Ma l’incubo non si esaurisce nella assillante e assurda richiesta di informazioni di un ministero arretrato e arretrante.

Sei a Roma, vai al CSA (Centro Servizi Amministrativi), oggi chiamato ATP (Ambito territoriale provinciale) prima chiamato Provveditorato Agli Studi, sezione locale dell’USR (Ufficio Scolastico regionale) per correggere l’iscrizione alla SISS, perché il funzionario ha sbagliato ad inserire i dati. Un usciere dedito ad una profonda lettura del quotidiano sportivo più venduto nella capitale, alza la testa e ti chiede: «Dove devi anna’?» Illustri il fine della tua visita. Quello ti guarda e esclama: «Terzo piano, stanza 1024». Vai. Sul corridoio buio si affacciano uffici desolati, sporchi, freddi di luce al neon. Bussi, nessuno risponde. Ribussi. Senti una voce che urla: «Ho detto avanti! E che è?!» Vieni ricevuto in una stanzetta piccolissima, con una piccolissima finestra giusto per areare. Una signora molto grassa è seduta davanti un vecchissimo pc ingrigito dalla polvere. Poni la domanda. La signora risponde: «Ma tutti oggi dovete chiede ste cose?». Poi si alza, apre l’unico armadio con la porta sconnessa fuori dai binari. Solleva dal basso uno scatolone parzialmente sfondato dal quale estrae un enorme faldone polveroso. Lo apre e cerca affannosamente le informazioni che avevi sommessamente richiesto. E poi ti dice: «Senti… fai il bravo, te cerco tutto ma tu torni domani… me ce vole tempo».

Allora, per non lasciarsi andare e rispondere all’ennesima richiesta di informazioni da parte del ministero come rispose Massimo Troisi in Non ci resta che piangere, vorremmo porre solo una semplicissima domanda: «Se il Ministero del Lavoro e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, attraverso l’Agenzia delle Entrate, e gli enti di assistenza previdenziale INPS e INPDAP sono a conoscenza di ogni servizio portato avanti dal docente, come mai il Ministero dell’Istruzione non può raccogliere e aggiornare automaticamente il punteggio delle graduatorie ogni volta che un contratto viene firmato?»

Viene il dubbio che tale semplice organizzazione telematica sia fortemente condizionata da un lato da una burocrazia comoda per scoraggiare e frenare l’entusiasmo e la partecipazione, e dall’altro da una continua e ormai sistemica precarizzazione dell’istruzione evidente anche nella carenza assurda di ogni infrastruttura.

E poi non parlatemi di competenze.

Un fiorino!

POLITICA
11 ottobre 2011
SCENDERE DA CAVALLO
Di Giorgio La Pira (Risposta a don Luigi Sturzo) Rev. don Sturzo, bisognerebbe che Lei facesse esperienza - ma quella vera! - che tocca a fare al sindaco di una città di 400.000 abitanti avente la seguente «cartella clinica»: 10.000 disoccupati (esattamente, in marzo, 9.740, di cui 5.686 di prima categoria, cioè disoccupati per effetto di licenziamenti; e 2.977 di seconda categoria, cioè giovani in cerca di lavoro!); una grande azienda da quattro mesi crollata (Richard-Ginori con 950 licenziamenti); non parliamo, per fortuna, della Pignone; altre aziende con licenziamenti in atto (Manetti e Roberts) o con «tentazioni» di licenziamento (non faccio nomi per non turbare!); grosse crisi industriali nella periferia (tutto il Valdarno con migliaia di licenziamenti); oltre 2.000 sfratti (sfratti autentici, sa!): 17.000 libretti di povertà con un totale di 37.000 persone assistite dal Comune e dall'ECA. Scusi: davanti a tutti questi «feriti», buttati a terra dai «ladroni» - come dice la parabola del Samaritano [Lc 10, 30ss] - cosa deve fare il sindaco, cioè il capo ed in certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: - scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono uno statalista ma un interclassista? Può «passare oltre» - come il fariseo e lo scriba della parabola - con la scusa che non essendo statalista ed essendo interclassista ed anticomunista egli non ha il «dovere» di fermarsi e provvedere? La parabola del Samaritano - sola norma umana! - non dice questo: dice, anzi, che il Samaritano scese da cavallo, prese il ferito (un nemico, un giudeo), gli somministrò le prime cure, lo portò dal farmacista al quale disse: «Curalo, tornerò domani e pagherò le spese». Guardi la ricchezza di particolari in questo intervento a favore di un autentico nemico! Ripeto: - che deve fare il sindaco di una città che si trovi ad avere la «cartella clinica» sopra indicata? Lo so: potrei uscirmene con il comodo aforisma latino: - ad impossibilia nemo tenetur; ma sarebbe una evasione farisaica, anticristiana! Impossibile! Con le infinite e non sfruttate - per disordine e per pigrizia ed anche per egoismo! - capacità di lavoro che esistono! Basti per tutti l'esempio della Pignone: se non fossi intervenuto e non avessi avuto l'adesione intelligente di Mattei, avremmo perduto una preziosa attrezzatura industriale che dà diretto lavoro a 2.000 famiglie - calcoli il lavoro indiretto! - e che dà in questo modo tono alla stessa economia nazionale (esportazione!). Intervento «statalista?» Lo chiami come vuole: le etichette contano poco: intervenire si deve: la norma base di tutta la morale cristiana ed umana; scendere da cavallo, prendersi cura del ferito anche se nemico - e, se necessario, pagarne le spese. E', infine, la sostanza stessa del giudizio finale: ... sei intervenuto: lo hai fatto a me! (Mt 25,31ss). Non si allarmi, caro don Sturzo: la frase di Mussolini «tutto per lo stato ecc...» fu da noi amaramente sperimentata durante gli ultimi anni di tirannia del regime fascista. Lei forse non lo sa: noi si prese posizione pubblicamente - anche con una rivista scritta quasi tutta in latino e greco (Principi) e soppressa proprio quando uscì il numero sulla libertà: gennaio 1942! - contro questo Stato, tutto di hegeliana fattura. Pensi, quindi, se non conosciamo per esperienza e per sofferenza amara cosa sia lo Stato totalitario! Lei era in America, in esilio, e certo soffriva; ma consentirà che Le dica che le nostre pene non erano più piccole delle Sue: quali e quante! Stia tranquillo! Siamo ben vaccinati! Lei è contro lo Stato totalitario soprattutto per persuasione: noi lo siamo in virtù di una persuasione autenticata da una terrificante esperienza che ci brucia ancora! Fissato bene questo punto, non si dispiaccia se Le dico: Stato totalitario (Stato, cioè, che ha una metafisica propria e che a questa metafisica subordina totalmente - come san Tommaso dice I, II, 21,4,3 M. - l'attività singola e collettiva dei suoi membri) è una cosa, e Stato che interviene in modo proporzionato ed organico nella soluzione dei problemi economici e sociali (problemi del lavoro, della casa, dell'assistenza, della cultura ecc.) è un'altra cosa! Non vorrei che con la scusa di non volere lo Stato totalitario non si voglia in realtà lo Stato che interviene per sanare le strutturali iniquità del sistema finanziario, economico e sociale del cosidetto Stato «liberista» (che sta «a vedere» con olimpica contemplazione la dolorosa zuffa che la privazione del pane quotidiano procura fra deboli e potenti). Caro don Sturzo, dovrebbe essere Lei ad incitare noi più giovani alla meditazione più seria ed alla attuazione più decisa dei principi contenuti in una pagina poco letta ma molto luminosa della Quadragesimo anno (paragrafo 37). «Principio direttivo dell'economia» «Un'altra cosa ancora si deve procurare, che è molto connessa con la precedente. A quel modo cioè che l'unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, così il retto ordine dell'economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualista, la quale dimenticando o ignorando che l'economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l'autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti ben determinati, non può essere in niun conto il timone dell'economia: il che è dimostrato anche troppo dall'esperienza quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. E' dunque al tutto necessario che l'economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. Ma tale ufficio direttivo molto meno può essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi tempi è andata sostituendosi alla libera concorrenza; poiché essendo essa una forza cieca e una energia violenta, per diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente frenata e guidata. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi da cui questa economia possa essere vigorosamente e totalmente governata: e tali sono la giustizia e la carità sociali. Perciò è necessario che alla giustizia sociale si ispirino le istituzioni dei popoli, anzi di tutta la vita della società: e più ancora è necessario che questa giustizia sia davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale a cui l'economia tutta si conformi. La carità sociale poi deve essere come l'anima di questo ordine, alla cui tutela e rivendicazione efficace deve attendere l'autorità pubblica; e lo potrà fare tanto più facilmente se si sbrigherà da quei pesi che non le sono propri, come abbiamo sopra dichiarato. «Che anzi, conviene che le varie Nazioni, unendo propositi e forze insieme (giacché nel campo economico stanno in mutua dipendenza[e] debbono aiutarsi a vicenda), si sforzino di promuovere con sagge convenzioni e istituzioni una felice cooperazione di economia internazionale. «Se così pertanto le membra e il corpo sociale saranno rinfrancate o così raddrizzatone il principio direttivo, quale timone della economia sociale, si potrà dire di essere in qualche modo ciò che dice l'Apostolo del Corpo Mistico di Gesù Cristo: che "tutto il corpo compaginato e connesso per via di tutte le giunture di comunicazione, in virtù della proporzionata operazione sopra di ciascun membro, prende l'aumento proprio del corpo per sua perfezione mediante la carità" [Ef 4,16]» (da Il fondamento e il progetto di ogni speranza, a cura di C. Aldigiano e P. Andreoli, Ed. Ave,1992)
POLITICA
3 settembre 2011
Rivoluzione cristiana di don Primo Mazzolari
Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti. Vogliamo una rivoluzione che sia la manifestazione liberatrice ed educatrice della nostra pietà e della nostra carità. Il suo punto di partenza non può essere quindi che interiore. Mi dichiaro contro di me: se no, il mio pormi contro gli altri, che fanno l'ingiustizia, avrebbe un significato farisaico e non cambierebbe nulla. Non mi nascondo: mi metto in prima fila, al muro, se occorre: altrimenti sarei un rivoluzionario di mestiere. Una rivoluzione che non mirasse alla piena libertà dell'uomo e alla sua divina dignità sarebbe insopportabile […]. La rivoluzione cristiana, a differenza degli altri movimenti rivoluzionari quasi sempre sporadici e contingenti, ha una tradizione e una continuità, un passato e un domani. Un motivo d'insoddisfazione, che costituisce non la colpa ma la beatitudine dell'uomo che ne è travagliato, ispira e guida la rivoluzione cristiana, che ha la sua storia nella storia della cristianità. Ma non tutta la storia della cristianità è una esperienza rivoluzionaria nel senso vero che deve avere per noi questa parola; quindi, la storia della cristianità va intelligentemente ripulita di quelle scorie e di quegli arresti che, ragionevolmente, scandalizzano quanti non riescono a riallacciarsi, attraverso i rivoli incontaminati di ogni tempo, alla purissima e viva sorgente del Vangelo e della storia della Chiesa. Anche oggi la forza rivoluzionaria cristiana è una divina capacità seminale, più che una serie logica e ben costruita di fatti e di conquiste […]. La conclusione è chiara: abbiamo una tradizione, ma non tutto il passato è il nostro passato; abbiamo una tradizione, ma non tutta la tradizione che passa sotto il nome di cristiana è la nostra tradizione. Siamo la novità, anche se portiamo sulle spalle duemila anni di storia. Il Vangelo è la novità.
21 agosto 2010
la laicità non negoziabile
... La vera passione politica nasce da questo senso di fratellanza universale tra gli uomini, della loro uguale dignità e del loro diritto a poter realizzare le proprie facoltà e le proprie vocazioni, a ricercare uno sviluppo umano personale e comunitario. La fraternità, per noi, è dunque una categoria politica, fonda la buona politica che ci appassiona...

dal documento "la laicità non negoziabile", manifesto conclusivo della IX assemblea Nazionale dei Cristiano Sociali. www.crsitianosociali.it



permalink | inviato da Gianmy il 21/8/2010 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 aprile 2010
Da Latina a Chernobyl

Nel settembre 2008, ho partecipato, come ogni anno, all’Assemblea Generale Europea delle Commissioni “Giustizia e Pace”: si tratta dell’incontro delle organizzazioni, nate dal Concilio Vaticano II, che studiano e promuovono la giustizia e la pace nel vecchio continente.

Dal 2002, l’Assemblea Europea – circa 50 rappresentanti da 29 paesi – guidata dalla Commissione Tedesca, stava seguendo un complesso itinerario nei luoghi della riconciliazione: Belfast, Berlino, Verdun, e Kiev, città ferite che tentano una riappacificazione con il proprio passato per la costruzione di un futuro di pace.

A Kiev, durante il workshop “uniti nella precaria diversità”, siamo entrati in contatto con il dramma della repressione subita dai cittadini ebrei da parte dei regimi comunista e nazista: più di centomila vittime, un olocausto completamente ignorato dai paesi europei. Abbiamo incontrato i testimoni delle persecuzioni, ascoltato i loro racconti, veduto le loro lacrime. Ci siamo confrontati con gli ebrei sopravvissuti, con il loro dolore. Abbiamo poi condiviso le speranze del popolo dei Tartari della Crimea, schiacciato, ignorato e ghettizzato, al pari degli aborigeni australiani o degli indiani d’America: nei loro racconti c’era la voglia di rinascere, di allontanare le paure, di “sperare contro la speranza”.

Il lunedì mattina, tutta la conferenza europea, si diresse verso quello che per l’Ucraina è ancora oggi il simbolo del crollo del regime e delle difficoltà della rinascita: Chernobyl. Mentre si allontanavano i grandi casermoni, enormi e orrendi lasciti del comunismo, passando attraverso centri contadini isolati e silenziosi, arrivammo, lungo una via sconnessa, ad un chek-point, a 30 km dalla centrale nucleare. Era controllato da militari. Il segnale di stop con caratteri cirillici si trova vicino ad una piccola statua della madonna; dietro si ergono baracche abbandonate.

Dall’edificio grigio un soldato alto e biondo uscì, pronto a chiedere i passaporti: non erano in tanti a passare di lì. Dopo più di mezz’ora di controlli, domande, permessi, firme, la sbarra si alzò. Entravamo nella zona interdetta, nel cuore dell’Europa dell’est, sempre più vicini al luogo in cui si era consumato uno dei disastri più gravi di tutto il secolo scorso. La strada, diritta, lunga, correva veloce ora in un deserto sconcertante, ora dentro la foresta di betulle: la natura sembrava volersi nuovamente riappropriare, anche se con fatica, di ciò che le era stato brutalmente sottratto.

Ogni tanto, dalle finestre dell’autobus, si intravedevano case abbandonate invase da rampicanti, collegate da strade dissestate. Intanto il contatore Geiger misurava 50 mSv, (un’unità di misura della radioattività: il valore naturale dovrebbe essere di circa 10 o 12 mSv).

Chernobyl, infine. C’erano una calma e un silenzio difficili da raccontare. Alcuni soldati ci osservavano dai bordi della strada. Le vie sconnesse, le case abbandonate, e ancora una volta l’invasione delle piante e degli arbusti. Nella città vivevano ancora quattrocento persone: donne anziane, soprattutto, che non avevano voluto abbandonare le case dei loro avi.

L’autobus giunse davanti alla chiesa greco-ortodossa. Entrammo. Il pope ci accolse in abiti solenni. La chiesa era piccola, parzialmente distrutta. Non c’erano fedeli. Solo una donna si avvicinò e con impeto sovietico impose a tutte le signore di coprirsi il capo per rispetto del luogo. Entrò poi una vecchia signora, completamente senza denti. Nel disastro aveva perso tutti gli uomini della sua famiglia: suo marito, suo fratello, suo figlio e suo padre, autista nella centrale; «mangio tranquillamente tutti i prodotti del mio orto» ci disse con fierezza, mentre una lacrima segnava ancora il suo viso.

Cattolici e ortodossi, pregammo insieme, in silenzio. Fuori si apriva un bosco di cui non si scorgeva la fine.

Poi proseguimmo. Ricordo ancora il monumento a «coloro che salvarono il mondo», i vigili del fuoco che per primi si avvicinarono al reattore incendiato. Di fronte a noi si scorgevano i palazzi della città di Pripyat del tutto abbandonata. I palazzoni del regime comunista, osceni alveari di cemento, ci apparvero come scheletri terrificanti. Il silenzio era agghiacciante: vecchie case, insegne scardinate di un ristorante e di un hotel; la piazza centrale, con ancora visibili i simboli del regime, era ormai un’informe struttura invasa dalla vegetazione arbusti. In quella tragica notte del 26 aprile 1986, i centomila abitanti di Pripyat furono tutti evacuati. Da allora nessuno è più vissuto lì.

Eppure lì, ebrei, ortodossi, cattolici e mussulmani pregammo insieme. Il silenzio della preghiera si unì al silenzio della città: dieci minuti interminabili, davanti al creato violentato dall’irresponsabilità dell’uomo. Il contatore Geiger misurava 100 mSv, livello oltre la soglia di vivibilità per l’essere umano.

L’autobus ci portò diritti al cuore della tragedia. La Centrale era un enorme pachiderma di cemento e ciminiere, in mezzo a una natura apparentemente splendida e al fiume Pripyat che, allargandosi in un delta azzurro, la circonda. Eppure il veleno invisibile della radioattività qui raggiungeva livelli spaventosi. Il contatore Geiger misurava 300 mSv e ci concedeva solo pochi minuti: il tempo di una foto, di una preghiera sotto il monumento che ricorda l’olocausto ambientale, il tempo di scorgere qualche operaio che ancora lavora sulle impalcature dell’edificio quattro, dove ebbe origine il disastro.

Non si può dire quanti morirono, quanti si ammalarono, quanti non nacquero o nacquero malati. Tutto ciò rende decisamente più terrificante una catastrofe che è ancora lì, latente nell’aria velenosa. La radioattività è un veleno misterioso: si nasconde nell’atomo, nell’infinitamente piccolo, ma si manifesta in un male infinitamente grande, anche a distanza di anni. Quel luogo è il segno che ciò che appare come bello, potente, “naturale” ai nostri occhi, può essere maledettamente malato, terribilmente senza speranza. Pensai a Latina: al suo mare, con le onde che si infrangono nell’antico porto romano sotto Torre Astura, alla pineta che lo precede… vidi lo scheletro della nostra centrale, con un nucleo ancora non spento; vidi la volontà dell’uomo di controllare la natura e nello stesso tempo la sua potenziale, irresponsabile incapacità. Nel silenzio di quei posti violentati e deserti, pregai perché tutto ciò non si ripeta, pregai per la mia città.

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permalink | inviato da Gianmy il 6/4/2010 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
arte
2 novembre 2009
Gli angeli
Del tutto ignari della nostra esistenza
voi navigate nei cieli aperti dei nostri limiti,
e delle nostre squallide ferite
voi fate un balsamo per le labbra di Dio.
Non vi è da parte nostra conoscenza degli angeli,
né gli angeli conosceranno mai il nostro martirio,
ma c'è una linea di infelicità come di un uragano
che separa noi dalla vostra siepe.
Voi entrate nell'uragano dell'universo
come coloro che si gettano nell'inferno
e trovano il tremolo sospiro
di chi sta per morire
e di chi sta per nascere.


Alda Merini, da "La carne
degli angeli"


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Curiosità
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La persona umana si guida da sé mediante l’intelligenza e la volontà; esiste non soltanto fisicamente, c’è in lui un esistere più ricco e più elevato,una sovraesistenza spirituale nella conoscenza e nell’amore. È così in qualche modo un tutto e non soltanto una parte, un universo a sé, un microcosmo in cui il grande universo può, tutto intero, essere contenuto per mezzo della conoscenza;mediante l’amore può darsi liberamente ad altri esseri che per lui sono come altri se stesso,relazione questa, di cui è impossibile trovare l’equivalente in tutto l’universo fisico. Jacques Maritain



IL CANNOCCHIALE